Manic Street Preachers

11 Luglio 2007 Nessun commento

I Manic Street Preachers sono un gruppo rock gallese spesso associato alla scena britpop, e sono stati la più grande band in Gran Bretagna per un certo periodo nella fine degli anni ’90. Anche se nella prima parte della loro carriera erano considerati un gruppo punk rock, la loro musica è ora spesso vista come alternative rock, in seguito al cambiamento della loro musica. Sono conosciuti soprattutto per i loro azioni folli degli inizi, la misteriosa scomparsa (probabile suicidio) di Richey James Edwards (che preferiva essere conosciuto come Richey James), come per una serie di album fortemente iconoclasti e per i loro concerti.

Prosegui la lettura…

Vuoi difendere il tuo telefonino? Usa il preservativo

5 Luglio 2007 Nessun commento


“Il massimo della protezione? Un condom: è impermeabile, sottile e resistente alle rotture. Insomma, la protezione ideale anche per il proprio cellulare. L’idea è venuta a Rogier Van Camp, un ragazzo olandese di 29 anni, che con i suoi preservativi per telefonini “Skin” sta riscuotendo un discreto successo in tutto il mondo. “All’inizio usavamo proprio i condom che si vendono in farmacia – spiega – ma poi ci siamo resi conto che il gel lubrificante danneggiava il telefonino”.
Guarda su:http//www.repubblica.it/2006/05/gallerie/scienzaetecnologia/condom-cellulare/1.html

Ecco s’avanzano Veltroni & Company

5 Luglio 2007 1 commento


Prima era il modello socialdemocratico dietro tante salamelle e bandiere rosse c’era la dura realtà del capitalismo bonario e pancioso dei GULAG-comunisti dal volto umano, ora resta solo il Veltronismo, una bella fetta di mortadalla e tanto lavoro nero…
ANSA 3.7.2007
Scoperta una ditta bolognese di catering che impiegava 144 lavoratori clandestini in nero, solo quattro i regolari. Denunciate dalla Guardia di Finanza di Vergato quattro persone. In base alle prime informazioni la ditta era riuscita a sottrarre al fisco un milione 800 mila euro. Le Fiamme Gialle hanno anche scoperto una articolata contabilita’ parallela attraverso cui e’ stato possibile recuperare l’importo dell’evasione.

Ho visto anche degli zingari felici

4 Luglio 2007 Nessun commento


Opera al nero
Posted in incisioni, allarmi on January 22nd, 2007 by Andrea Raos
di Giorgio Fontana
Per Laura e Luca e gli altri

?Quando l?odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i motivi arrivano da soli.?
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

Il paesaggio è quello che conosci da una vita. Campi brumosi, file d?alberi secchi, palazzi color ribes, un paio di gru, e la tangenziale ovest come un fiume in piena. Il campo le sorge quasi a fianco, all?imbocco del paese. Il cartello OPERA ti dà il benvenuto. È un pomeriggio di fine gennaio. Sai che ne hanno già parlato i telegiornali, a tempo debito: ma questo non è un motivo per smettere d?interrogarsi. Come se le cose possano finire, una volta trasformate in ?notizie?. Come se non ci fossero anche tempi indebiti.
Passi davanti al presidio. Davanti agli striscioni VIA I ROM e DOPO I POOH?I NOMADI. La gente parla e ti guarda sdegnata. Poi il primo che ti viene incontro, dopo cinquanta metri di fango, è un bambino di sette anni. Si chiama Andrej. Ti vede con il bloc-notes in mano e cerca subito di sbirciare, ma è deluso quando nota che non hai ancora scritto nulla. Ha un pallone sgonfio in mano. ?Abbiamo una squadra, qui?, dice. ?Siamo già sette o otto. E abbiamo scritto una lettera all?Inter.? Giocano un po? con tutti. Qualcuno è un po? scarso, però vabbè. Ti chiede se più tardi vuoi fare due tiri.
Tu sorridi e dici okay, poi alzi lo sguardo e cominci a registrare dove ti trovi. Un terreno fangoso e ghiaioso. Quindici tende di media grandezza. Bidoni della spazzatura. Persino qualche estintore. Ma un unico bagno, con due docce e sei gabinetti. Solo due fuochi per cucinare. Niente lavatrice. Un rubinetto all?aperto, con acqua fredda, per lavare i piatti. Quasi ogni giorno la corrente salta. Non c?è illuminazione notturna, a parte due grandi fari.
Sullo sfondo, una rotonda e i cieli vuoti del sud milanese.
Una settantina di persone vivono qui al momento. Circa la metà sono bambini.

La storia comincia con uno sgombero il 14 dicembre in Via Ripamonti. Tutti rumeni, e tutti dotati di regolare permesso di soggiorno. Gente senza precedenti penali, gente normale che lavorava. Il campo stesso è regolare, secondo accordi con la Provincia e il Comune di Opera, e viene gestito dalla Casa della Carità Angelo Abriani. L?organizzazione sta puntando all?idea coerente di fare una serie di campi più piccoli, meglio gestibili, per evitare babilonie come il Triboniano.
Laura ha ventiquattro anni ed è il tramite del Comune. Le chiedi che attività stanno portando avanti. Lei ti racconta di come i nomadi tengano alle loro tende, di come siano linde e ben conservate. Ti racconta dei corsi d?italiano per gli adulti. Ti spiega dei concerti e delle partite di calcio che hanno organizzato. E dello sportello per il lavoro che il Comitato Festa dei Popoli, di cui fa parte, sta pensando di attivare.
Ti porta a sentire una lezione di canto a cura della Comunità S. Egidio. Una ragazza suona la chitarra e sette bimbi in cerchio cantano Alla scuola della pace, puoi venire se vuoi, puoi venire puoi ballare? Hanno le facce contente ma un po? stanche. Sotto un rettangolo di neon, fanno merenda con torta e succhi di frutta in cartone. Mentre scrivi vedi l?alito dal freddo, e per terra c?è solo terra. Laura ti indica uno striscione colorato: IL PAESE DELL?ARCOBALENO / SCUOLA DELLA PACE.
Per un po? dimentichi quello che c?è fuori. Dimentichi il presidio, le gru, il fango. I bambini ti guardano e sorridono. Tu sorridi. Laura sorride.

Poi però vi sedete su una panchina bianca, in mezzo al prato. Tu riapri il bloc-notes. Laura si accende una sigaretta e comincia a raccontare ciò che le pesa di più. Perché tutto quello che stanno facendo è bello e difficile, ma c?è chi lo sta rendendo ancora più difficile. La parte oscura della storia. L?intolleranza dei suoi concittadini.
?Pensa che il Comune non vuole neanche rendere noto che mi paga per fare da tramite?, dice. ?Non vuole farli incazzare ulteriormente.? Punta un dito poco oltre il recinto, verso il presidio. Già, il presidio. È lì dal 20 dicembre, come misura preventiva. Le tende sarebbero arrivate solo il giorno dopo. E durante il consiglio comunale, ecco la storia nota, la notizia: le tende vengono bruciate (molte contenevano già vestiti e beni personali) e i resti portati via come trofei.
Per la prima settimana, picchettano anche ragazzi di Forza Nuova e alcuni ultras dell?Inter: si fa girare la voce di stare attenti, perché ?Qui c?è gente coi coltelli.? Col tempo, gran parte della popolazione viene fomentata.
Adesso, dopo un mese, il presidio sembra un luogo d?aggregazione. C?è un baracchino che vende panini e bibite. Fornisce i panini anche alla polizia, con la quale ormai ha fraternizzato. ?A volte restano qui tutta la notte?, dice Laura. ?Fin dai primi giorni la polizia li ha invitati a restare, per arginare un ulteriore afflusso. Afflusso che comunque non ci sarebbe mai stato, per accordi presi in precedenza con la comunità.?
Poi lei ti racconta dei fatti e tu scrivi meccanicamente.
Da questo momento in poi, sei solo tu e la tua penna.
Il 23 dicembre alcuni ragazzi hanno tolto tre striscioni razzisti dal presidio. Uno di loro è stato fermato dalla polizia e trattenuto fino alle 4 del mattino, poi convocato in questura dalle 8.30 alle 13. Gli sono stati chiesti i nomi dei compagni e le targhe delle auto. ?Qual è il mio reato??, ha domandato. ?Nessun reato?, gli è stato risposto, ?ma noi dobbiamo essere informati dei fatti.?
La notte successiva ? la notte di Natale ? è stato stracciato dai picchettanti il controstriscione NO AL RAZZISMO, SI ALL?ACCOGLIENZA. Sotto gli occhi della DIGOS, che non muoveva un muscolo.
Tu scrivi.
Il 15 gennaio è stato organizzato un concerto con musicisti rom. Nel frattempo un corteo di presidianti a cominciato inveire. I ragazzi dell?organizzazione sono dovuti restare nel campo fino alle 22, per evitare ulteriori rappresaglie. ?Quando siamo usciti?, racconta Laura, ?ci hanno urlato SPERIAMO CHE I ROM VI UCCIDANO TUTTI!? Alcuni di loro sono dovuti scappare. Alcuni sono stati inseguiti.
Il 19 gennaio c?è un corteo con Borghezio. I nomadi vengono evacuati alla Casa della Carità, per motivi di sicurezza. Il dispiegamento delle forze dell?ordine è tale da spaventare i pochi del controcorteo.
Tu scrivi.
Qualche giorno fa Laura è uscita dal campo alle 20 e un tizio le ha detto: ?Matrimonio, eh?? Lei ha scosso la testa: ?Scusi??, ha chiesto. ?Massì?, ha fatto il tizio ridendo. ?Per forza. Sei vai lì dentro vuol dire che vai a cercarti un manico da scopare.?
Un ragazzo rom, trattenuto fino a tardi in Casa della Carità, ha preferito entrare dal lato opposto del campo ? una bella camminata ? per evitare le minacce del picchetto. Ti fidi a passare di qui? Ti fidi davvero?
Tu scrivi.
Di fronte a tutto questo, di fronte a un mese di ingiustizia e contraddizioni, Laura ha chiesto l?atto pubblico del presidio. Risposta: non esiste. Non esiste? No, non esiste. Trenta giorni di picchettamento senza alcun atto pubblico.
?Ma al di là di tutto, la cosa peggiore è forse lo stato d?ignoranza della gente?, dice Laura. ?E loro giocano su questo. Sui pregiudizi più banali, sulla mala informazione. Sulla presunta delinquenza dei rom, che sono tutti uguali, che rubano al mercato e vivono di niente? Capisci? Se ci crede mia nonna, ci può anche stare. Ma non che ci creda uno della mia età.?
?È ovvio che campi come il Triboniano siano posti allucinanti?, prosegue. ?Ma è la solita vecchia equazione. Più caos, più emarginazione, più povertà, più delinquenza. Non c?è nessuna politica di integrazione a monte. C?è solo l?idea della tolleranza zero.?
Tu scrivi.
Laura scuote la testa e fuma una sigaretta dietro l?altra.

Alla fine vieni presentato a L. ? un rom di cinquant?anni, grassoccio, gioviale. È uno di quelli che parlano meglio l?italiano. Scambiate due chiacchiere mentre cuoce del maiale su una piastra. Manda un buon odore, un odore selvatico. Le figure e i gesti si sfanno nel fumo.
?In cinque anni, mai è successa una cosa simile?, dice. ?In Via Ripamonti nessuno si lamentava. Se dovevano sgomberare un campo di delinquenti, avevano ragione.? Rovescia un pezzo di maiale. ?Io capisco gente. Qualcuni sono buoni, qualcuni cattivi: come per tutti. Perché però noi tutti cattivi? Secondo me hanno sgomberato la comunità sbagliata?, dice. ?Volevano prendere altri, gente cattiva. Invece hanno preso noi, che è tutta gente che lavora.? Lo ammette così, alzando le spalle, sorridendo. Il maiale sta diventando quasi nero.
?Mi sta dicendo che vi hanno preso per sbaglio??
?Non sono sicuro. Io penso di sì.?
Tu non dici niente.
È troppo.
Ti rendi conto che è da quando sei arrivato qui che non hai detto nulla. Scrivi anche questo. Poi L. si prepara per la cena, Laura ti lascia solo un istante, i bambini si diradano e vanno a giocare a pallone accanto alla luce. Passa una ragazzina in bici con le ciabatte e i capelli fradici.
Non hai niente da dire, e allora scrivi.
Scrivi che qui adulti e bambini sono ghettizzati. Scrivi che il degrado psicologico e sociale di questa gente è totale. Scrivi che è domenica pomeriggio e loro non possono nemmeno entrare in un bar, come qualunque essere umano. Scrivi questo. Scrivi che stai assistendo a uno stato di segregazione. Ora. Nel 2007. A cinque chilometri da Milano. Senza alcuna giustificazione legale. Senza che le forze dell?ordine difendano delle persone con regolare permesso di soggiorno. Stai assistendo a tutto questo. Un giorno di gennaio.
A cosa pensi?
A un sacco di cose. A quando stavi in Francia, ai discorsi dei magrebini che conoscevi, all?assurdità di un?espressione come immigrato di terza generazione. Pensi al Porrajmos e ai buchi nei libri di storia. Pensi a questo schifo di cielo grigio.
Ma soprattutto, pensi che non dovresti mai smettere di interrogarti. Perché le ?notizie? sono soltanto segnali. Punte di iceberg che nascondono blocchi enormi di paure, reazioni inconcepibili. Ti arriva alle orecchie che dieci giorni fa hanno sgomberato un altro campo a Chiaravalle. Le notizie sono squarci di un tessuto che è fatto d?ignoranza e odio.
Tu pensi.
Ma quei bambini là, che giocano a pallone sotto il campo e i lampioni e le gru, dieci o undici anni al massimo, come cresceranno? Loro, cosa cazzo penseranno di noi?
?Se gli chiedi di disegnare il futuro?, ti ha detto Laura stringendoti la mano, ?disegnano case e non tende, automobili e non biciclette scassate. Vogliono solo una vita normale. Nient?altro. Soltanto una vita normale.?

La tragedia della rivoluzione cinese

4 Luglio 2007 Nessun commento


Antologia
Origini e sconfitta dell’internazionalismo in Cina
1919-1927(Pantarei,2006, rilegato, 426 pp.)

Un ottimo volume per ricostruire i passaggi decisivi della sconfitta del bolscevismo in Cina da parte del nazionalismo cinese e del tradimento storico dello stalinismo in quel passaggio fondamentale della rivoluzione internazionale. Mancando ormai da tempo il volume il Harold Isaacs, quello di Victor Serge e perfino la straordinaria ricostruzione di della Buber Neumann nel suo autobiografico “Da Postdam a Mosca”, questo volume rimane l’unico in commercio che ricostruisca da un punto di vista rivoluzionario quella storica vicenda. Peccato che sia un’antologia, ma i dati e le statistiche presenti al suo interno sono di eccezionale valore in un mercato della ricerca sul movimento operaio così asffittico come quello italiano. Chi volesse leggere uno stupendo romanzo sull’argomento segnaliamo “la condizione umana” di Andrè Malraux

Dalla presentazione
L’onda d’urto del capitalismo mondiale si abbatté sulle coste cinesi e, rompendo l’unità del mercato interno, travolse la Cina imperiale, l’unico grande impero antico sopravvissuto fino ai tempi moderni. Accanto a «zone precapitalistiche», si formarono «zone capitalistiche [...] collegate al commercio mondiale» e gravitanti attorno a una «potenza imperialistica» ? nel 1919 tutti i principali paesi imperialisti erano presenti in Cina. «Non esisteva più una Cina, ma parecchie Cine», su cui regnavano i signori della guerra. Spezzata la secolare stagnazione, la borghesia cinese iniziò a caldeggiare la riunificazione della Cina e del mercato nazionale.

Lo sviluppo del capitalismo portò con sé lo sviluppo del moderno proletariato, e questa antologia ne percorre le tappe dell’entrata in scena dal 1919 al 1927. I bassi salari e le pesanti condizioni di lavoro coalizzarono questa nuova forza sociale e, per la prima volta nella sua storia, la Cina fu investita da un’ondata di scioperi. Erano le prime esperienze della classe operaia che portarono alla nascita dei sindacati e alla selezione di un’avanguardia politica che accolse con passione l’Internazionale comunista, mettendo a disposizione del partito mondiale impegno e audacia. Il lavoro svolto sfociò nella costituzione del PCC.

Ma, morto Lenin, per il gruppo dirigente del Comintern iniziò una fase di confusione strategica che precipitò nella sintesi del capitalismo di Stato russo, personificata da Stalin con la “costruzione del socialismo in un solo paese”. Il giovane PCC rimase senza bussola, mentre il proletariato cinese dava carne e sangue alla rivoluzione democratica. Nell’interesse di un accordo della borghesia cinese con le potenze imperialiste, il 12 aprile 1927 Chiang Kai-shek tagliò le arterie del movimento rivoluzionario. Distrutto e vinto come partito operaio, il PCC divenne l’espressione della corrente populista e contadina di Mao Zedong.

Un secolo è stato la misura del tempo necessario alla metamorfosi economica e sociale della Cina: paese semicoloniale all’inizio del Novecento, paese a giovane capitalismo negli anni Sessanta, potenza dell’imperialismo in via di maturazione oggi. La storia della Cina in questi cento anni è la storia di tale passaggio. Ieri subì l’invasione dei capitali e dei manufatti a buon mercato dell’Occidente, oggi invade con le sue merci il globo ed esporta i suoi capitali nei cinque continenti. Ieri l’Occidente infranse le muraglie erette per isolare il Celeste Impero, oggi è lo stesso Occidente che deve fronteggiare ricorrenti tentazioni al protezionismo dai bassi prezzi delle moderne esportazioni cinesi. Ieri la Cina fu una preda dell’imperialismo; oggi reclama il suo posto al tavolo della spartizione del mondo.

Con una spessa coltre di oblio si tenta ora di seppellire il ricordo del poderoso movimento operaio che dal 1925 al 1927 scosse le città cinesi. Allora la classe operaia non aveva la forza del numero; oggi la massa dei salariati ha raggiunto la cifra di «300 milioni» e «crescerà a mezzo miliardo». Se lo sviluppo del capitalismo porta inevitabilmente con sé la lotta economica, questi salariati troveranno nella migliore tradizione sindacale e politica delle prime generazioni operaie le ragioni per un impegno internazionalista.

Vacanza-seminario della Lega Internazionale dei Lavoratori

4 Luglio 2007 Nessun commento


Cari compagni, care compagne, potete leggere qui sotto il programma del seminario di studio-vacanza che il PdAC organizza a Otranto (Puglia) da mercoledì 25 a domenica 29 luglio.

UN SEMINARIO E UNA VACANZA
Il seminario è internazionale (parteciperanno compagni e compagne militanti e simpatizzanti delle altre sezioni europee della Lit), dura cinque giorni, è fatto in un posto incantevole, sul mare di Otranto (uno dei più puliti d’Italia), in una struttura immersa nel verde, in bungalow (con camere doppie) tra ulivi secolari.
I momenti dedicati allo studio occuperanno solo una parte delle cinque giornate, mentre ci sarà tempo per andare al mare, per fare attività sportive e ludiche, e ogni sera ci saranno feste e concerti (si veda il programma qui sotto e che sarà scaricabile anche dal sito, insieme alla locandina). Si tratta quindi di un seminario-vacanza.
I temi delle lezioni del seminario ruotano attorno alla Rivoluzione d’Ottobre -di cui celebriamo il novantesimo anniversario per riscoprirne l’attualità politica.

A CHI E’ DEDICATO IL SEMINARIO E QUANTO COSTA
Il seminario è aperto a tutti i compagni e le compagne interessati a fare una vacanza (in un posto bellissimo) di cinque giorni dedicati tanto allo studio e alla discussione politica quanto allo svago e a conoscere compagni di tutta Europa. Il costo complessivo per ogni partecipante è di 200 (duecento) euro, comprendente oltre al seminario, il pernottamento in camere doppie con servizi, la colazione e i pasti dal mercoledì alla domenica, nonché tutti i divertimenti (concerti, tornei sportivi, feste, ecc.).

IL TERMINE PER LE PRENOTAZIONI E I RECAPITI A CUI RIVOLGERSI
Chi è interessato a partecipare deve inviare una mail entro domenica 17 giugno (oltre tale data potrebbe esserci ancora qualche posto libero ma è improbabile e in ogni caso non garantito). Dunque attivatevi subito perché ci sono poco più di due settimane di tempo. Riceverete poi una mail di conferma e le coordinate per il versamento della quota.
Le e-mail con le prenotazioni (liste di nomi o singole richieste) vanno inviate a organizzazione@alternativacomunista.orgIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Per ulteriori informazioni si può telefonare al 3347780607 (lasciando un messaggio sulla segreteria, sarete richiamati al più presto).

Programma (*) e indicazioni logistiche

mercoledì 25 luglio
h. 12 – 15 accoglienza
h. 15 – 16 Il significato di questo seminario e il programma dei cinque giorni. Introduzione ai lavori (Roberto Angiuoni).
Informazioni pratiche per i partecipanti (Michele Rizzi).
h. 16 – 20 Prima lezione: Dalla rivoluzione di febbraio all’ottobre 1917: “tutto il potere ai Soviet”. (Antonino Marceca, PdAC)
h. 20 – 21,30 cena
h. 21,30 rinfresco con concerto jazz

giovedì 26 luglio
h. 9 – 13 Seconda lezione: Dalle Tesi di aprile allo scioglimento dell’assemblea costituente. Il programma transitorio del bolscevismo. (Fabiana Stefanoni, PdAC)
h. 13 – 15 pranzo e pausa
h. 15 – 19 Terza lezione: La formazione del partito bolscevico e l’influenza della rivoluzione russa sul movimento operaio italiano. (Ruggero Mantovani, PdAC)
h. 20 – 21,30 cena
h. 21,30 festa con taranta e pizzica salentina

venerdì 27 luglio
h. 9 – 13 mare e altri svaghi
h. 13 – 15 pranzo e pausa
h. 15 – 19 Quarta lezione: Il partito leninista: la differenza tra la Comune di Parigi e la Comune di Pietrogrado. (Francesco Ricci, PdAC)
h. 20 – 21,30 cena
h. 21,30 partita di calcetto internazionale, torneo europeo di scacchi, torneo di bocce

sabato 28 luglio
h. 9 – 13 Quinta lezione: Dal movimento di Zimmerwald alla formazione della Terza Internazionale. (Valerio Torre, PdAC)
h. 13 -15 pranzo e pausa
h. 15 – 19 Sesta lezione: I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Le ripercussione della rivoluzione russa sul movimento operaio internazionale. L’attualità del programma bolscevico come unica risposta alle odierne illusioni in Chavez. (Antonio Chacon, Prt-Ir Spagna)
h. 20 – 21,30 cena
h. 21,30 festa trotskista con concerto rock

domenica 29 luglio
h. 9 – 13 Settima lezione: L’attualità della rivoluzione bolscevica e la battaglia della Lit per la ricostruzione della Quarta Internazionale. (Joao Galvao, Prt-Ir Spagna)
h. 13 – 15 Conclusioni del seminario.

(*) prima bozza: si aggiungeranno a breve i nomi dei gruppi musicali e altri momenti di svago e divertimento.

IL POSTO.
Otranto è in provincia di Lecce, in Puglia. Per arrivare:
- in treno arrivare a Lecce, da qui prendere l’autobus fino a Otranto (per info su orari del bus: www.salentoinbus.com) che dista 35 km da Lecce.
- in aereo arrivare all’aeroporto di Bari o di Brindisi, da qui prendere un treno (www.trenitalia.it) o un autobus (www.seap-puglia.it) per Lecce. Da Lecce si prende l’autobus fino a Otranto (per info su orari del bus: www.salentoinbus.com) che dista 35 km da Lecce.
La struttura che ospita il seminario è l’Hotel Dolmen Resort, il complesso è esteso su un’area di 8 ettari di terra, immerso tra 600 ulivi secolari, a 4 km dal mare (servizio navetta).

IL COSTO.
Il costo per ogni partecipante al seminario è di 200 euro tutto incluso (seminario, pernottamento in camere doppie, pasti).

PRENOTAZIONI E INFORMAZIONI
organizzazione@alternativacomunista.orgIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo – 3347780607
www.partitodialternativacomunista.org

L’occasione da non perdere

3 Luglio 2007 Nessun commento

E? chiaro che la particolarità della situazione italiana di oggi è lo scollamento tra i partiti della cosiddetta sinistra radicale e le lotte del movimento, e che ha avuto la sua manifestazione più clamorosa nel fallimento della contromanifestazione di Piazza del Popolo. Non è, però, altrettanto immediatamente percepibile che si tratta di un?occasione rara, che non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire. I dirigenti sconfitti cercheranno al più presto di recuperare credibilità, e, se questo sarà arduo per Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio, non sarà difficile trovare un esponente, politico o sindacale, non troppo compromesso, al quale daranno piena licenza di critica e di dissidenza, col compito di riportare, nei tempi medi, le masse all?ovile. Ci sono molti esempi di questi ?pifferai magici?. Basti pensare al Cofferati di qualche anno fa: illuse per un certo periodo i lavoratori, si scoperchiarono persino le tombe e riapparvero personaggi che avevano lasciato la politica da vent?anni. Molte fantasie sulla costruzione del ?Partito del lavoro?, gigantesche manifestazioni di piazza e affollati comizi, ma la rabbia dei lavoratori fu sviata, e la condizione favorevole per travolgere il governo Berlusconi andò perduta.

Il giusto ostracismo che si deve dare agli esponenti governativi, anche a quelli mascherati da antagonisti, ovviamente non tocca quegli iscritti di questi partiti, che dissentono dall?atteggiamento superopportunistico dei loro dirigenti.

Oggi c?è l?occasione di riuscire ad esprimere l?opposizione che sale dal paese, che si manifesta più spesso in militanti di base che partono da problemi sociali urgenti, ancor più che nelle direzioni fortemente politicizzate dei gruppi. Si può partire dalla questione della lotta contro le basi, perché è un nodo fondamentale: qui confluiscono le esigenze di lotta contro l?imperialismo, quelle della difesa del territorio e della salute pubblica contro il dilagare dei finanziamenti per gli armamenti a danno di pensioni e spesa sociale, e persino quella della difesa del patrimonio artistico.

La chiusura di basi, che gli USA avevano ottenuto dopo l?11 settembre nell?Asia ex sovietica, è stata un effetto della riacquisita potenza della Russia, ed è stata decisa dai governi, mentre la lotta contro le basi in Italia nasce direttamente da esigenze popolari.

Ci si potrebbe chiedere: fin dai primi tempi della guerra fredda ci sono state manifestazioni contro le basi, i partiti di sinistra portavano in piazza grandi folle, che gridavano: ?Fuori l?Italia dalla Nato?. Non si ottenne molto. Quale fatto nuovo permetterebbe questa volta di ottenere un risultato importante? Il fatto nuovo c?è, perché un?intera città, o almeno la sua parte più combattiva, si è organizzata per un?opposizione permanente. L?esempio di Vicenza è significativo, e la ricchezza delle iniziative ne è la prova.

Chi è legato a un?interpretazione formale del marxismo, obietterà che si tratta di un?iniziativa interclassista. E? vero, ma bisogna chiedersi se farà avanzare o arretrare la causa dei lavoratori. I movimenti studenteschi del ?68 non erano certo proletari, ma in Francia e in Italia costituirono il detonatore per gigantesche lotte operaie. Come si può pensare che, dopo decenni di opportunismo e di manovre pompieristiche della presunta sinistra, possa apparire all?improvviso una manifestazione di classe allo stato puro, come una nuova Minerva, uscita dal cervello di Giove perfettamente armata, con lancia, scudo ed elmo? Dobbiamo invece rallegrarsi del fatto che a Vicenza non ha prevalso lo spirito filisteo e mercantile. Hanno rifiutato di vendere la loro città, si sono ribellati, hanno gridato che ci sono cose più importanti del denaro e della supina acquiescenza filistea.

La storia del movimento operaio ci dice che in politica contano soprattutto due forze: quella organizzata dello stato (esercito, polizia, burocrazia, ecc.) e quella disorganizzata delle masse popolari. Se queste ultime riescono a darsi qualche forma di organizzazione, ecco che sorgono forme di contropotere. Non si sta parlando di rivoluzione, o di soviet, ma di un?opposizione sociale che può impedire al governo di fare quel che vuole.

Non si può parlare di politica in senso stretto, se non sono in movimento grandi masse. Un piccolo gruppo di poche centinaia di persone, anche se elabora posizioni di grande valore teorico, sarà inevitabilmente messo in disparte, se non riesce a collegarsi alle masse. Marx diceva che la teoria si trasforma in forza materiale non appena penetra tra le masse. Questo non è possibile, però, se si cerca di introdurre dall?esterno contenuti e parole d?ordine estranee alle masse stesse.

Nei rapporti col movimento, bisogna dimostrare grande cautela, e nello stesso tempo grande franchezza. Franchezza perché non ci devono essere riserve mentali, e non bisogna tacere quando si pensa che si commettano degli errori; cautela perché si tratta di movimenti sorti da esigenze reali che, se hanno dimostrato di non volersi fare strumentalizzare da elementi filogovernativi e da manovre elettoralistiche, neppure vogliono essere i passivi portatori di parole d?ordine di piccoli gruppi radicali, pur forniti delle migliori intenzioni. Nella lotta alle basi, l?esigenza antimperialistica è già insita nella radice stessa del movimento, e sarebbe sbagliato cercare di indirizzarla in modo unilaterale, ad es. soltanto contro la politica americana, come se il nostro non fosse un paese imperialista fin dalla fine dell?ottocento. Da tempo, perciò, il sano istinto della massa si è rivolto contro il governo Prodi, le sue menzogne, il tentativo di scaricare su altri, sulle amministrazioni locali, sul governo precedente o sugli organismi internazionali le proprie responsabilità.

Lungi dall?esperire forzature nei confronti dei movimenti, dobbiamo renderci conto degli enormi benefici, per i lavoratori e le masse sfruttate, di una eventuale vittoria di queste campagne. Se, per esempio, la costruzione della base a Vicenza risultasse impossibile per l?opposizione popolare, i risultati sarebbero enormi:

sarebbe uno smacco e uno smascheramento per l?imperialismo americano e per quello di casa nostra. Ciò avrebbe una risonanza internazionale, e darebbe nuovo fiato a chi, in altri paesi, conduce lotte analoghe;

sarebbe una sconfessione della diplomazia segreta, per cui gli accordi sono presi, non solo sulla testa della gente, ma persino su quella dei parlamentari, e una rottura con la prassi che vuole i cittadini ridotti a sudditi, con la scusa che le decisioni sono state prese altrove, dalla burocrazia europea, dalla Nato, dai G8, ecc;

riaprirebbe la via a forme di agibilità politica, e romperebbe la catena di omertà che accomuna settori dell?informazione televisiva e grande stampa, con poche lodevoli eccezioni;

porterebbe una nuova fiducia nella solidarietà, dopo decenni nei quali si è cercato di distruggerla con la xenofobia, il razzismo, le guerre tra poveri, il culto del localismo.

I gruppi di estrema sinistra, hanno compiti importanti: far cadere subito, sulla base dei fatti, l?illusione, che può ripresentarsi, che si possono ottenere seri risultati privilegiando la trattativa sulla lotta. Senza lotta, ogni trattativa diventa una pura perdita di tempo. E? altrettanto importante difendere il movimento dalle accuse e dalle calunnie della stampa borghese, e delle televisioni di regime. Presentare al movimento i vantaggi che potrebbe avere se coordinasse maggiormente le sue attività locali e si desse una direzione nazionale, ovviamente non burocratica. Sarebbe invece estremamente negativo se, nel movimento, cercassero soprattutto il proselitismo.

Qualcuno potrebbe pensare che quella contro le basi sia soltanto uno dei tanti aspetti secondari della lotta, che ora bisogna concentrarsi sulle pensioni, sul TFR, e via dicendo. Ma le questioni sono indissolubilmente legate. Come è possibile destinare una parte cospicua della spesa pubblica alla spesa sociale se la finanziaria concede al settore militare oltre 20 miliardi di euro? La spesa per gli armamenti agisce come una gigantesca idrovora che aspira i soldi destinati ai salari, alle pensioni, alla sanità, alla scuola, alla ricerca scientifica, alla sicurezza sociale.

Alla spesa militare si aggiunge quella per le opere faraoniche (Tav, Mose,ecc.). Il miglioramento della rete ferroviaria e stradale con piccoli interventi, la manutenzione attenta degli argini dei fiumi, i lavori per impedire le frane e il dissesto del territorio, non danno profitti. Il capitale si rivolge invece alle opere monumentali, finanziate dallo stato con i nostri soldi, distruttive dell?ambiente e fondamentalmente inutili. Nonostante questi finanziamenti pubblici, la chiamano iniziativa privata, ma lo è allo stesso titolo del borseggio o della rapina.

I lavoratori non devono considerare queste campagne in termini di pura solidarietà, ma come autentiche loro lotte. Alla maturità del movimento operaio, cioè al passaggio dalla rivendicazione puramente tradunionistica a quella politica, si può arrivare attraverso varie strade: quella della lotta a livello nazionale, e, se è possibile, internazionale, per la riduzione dell?orario di lavoro per legge, con uno sciopero generalizzato per la difesa delle pensioni, con una campagna generalizzata per ottenere parità di condizioni per gli immigrati, ecc. Non possiamo, però, scegliere a piacere il terreno su cui condurre la lotta, prescindendo dagli sviluppi reali. Occorre portare al massimo sviluppo i conflitti già esistenti, perché una lotta vittoriosa in un settore importante ha delle ricadute anche in altri campi, ed è uno sprone per nuove lotte.

Rosa Luxemburg ci ha insegnato che la forza del movimento operaio non si deve giudicare da risultati elettorali o dal numero degli iscritti ai sindacati, ma dalla comprensione delle nuove forme di lotta e dalla capacità di adeguarsi alle nuove esigenze di queste lotte. E che i comunisti possono insegnare qualcosa alle masse soltanto se, a loro volta, con grande modestia, sanno imparare da queste.

27 giugno 2007

Se ne è andato Raffaele Striano

2 Luglio 2007 2 commenti

DA PARTE DI ANTONELLA MARAZZI E ROBERTO MASSARI, CON PREGHIERA DI FAR
CIRCOLARE

Raffaele Striano è morto il 28 giugno in un incidente automobilistico
(uno scontro frontale in galleria presso Sapri, città di suo padre e
dove ora è sepolto). Siamo vicini in questo momento a Selene e ai
figli che meglio conosciamo, Ettore ed Ernesto.

Con Raffaele se ne vanno pezzi importanti della nostra storia
personale e della storia politica della sinistra italiana.
In un breve schizzo autobiografico scritto esattamente un anno fa, a
giugno del 2006 – come introduzione al volume su “Il Centrismo sui
generis e la polemica contro Maitan e la Quarta internazionale” –
Raffaele stesso ha ricordato i momenti salienti della sua
partecipazione al grande sogno rivoluzionario: le origini nelle Acli
di Livio Labor; la militanza nei Gcr; il passaggio all’opposizione
insieme a noi contro la deriva di quell’organizzazione (era il 1973
quando Raffaele partecipò all’elaborazione delle Controtesi – insieme
ai sottoscritti, Paolone D’Aversa, Dario De Sanctis); la dura
battaglia come Tendenza (poi Frazione) marxista rivoluzionaria
culminata nell’espulsione del 1975 (Raffaele ricorda con amarezza
d’essere stato espulso dai Gcr mentre faceva il servizio militare ed
era impegnato nel lavoro tra l’esercito); il ruolo dirigente che ebbe
nel ’77; tra i fondatori di Radio Città Futura; tra i fondatori della
Gaumont insieme a Renzo Rossellini, e con questo passo l’abbandono
definitivo della politica attiva (tranne una breve imprevedibile
parentesi venezuelana con il nuovo movimento di Douglas Bravo negli
anni ’90).
Negli anni abbiamo entrambi proseguito un rapporto di amicizia/
inimicizia con lui, in cui la cosa più difficile era non essergli
amico per le grandi qualità umane, i difetti esuberanti, l’orgoglio
d’essere meridionale – e calabrese in particolare – al cento per
cento, il fiuto per antiche idee di saggezza preindustriale che per
noi erano autentiche scoperte e che lo rendevano ancora più umano.

La notizia tragica della morte ci ha costretto a riflettere
immediatamente su quell’ultimo testo che Raffaele ha scritto un anno
fa, dopo decenni di silenzio politico. E nel dolore, un piccolo
raggio di luce: in un’epoca in cui tutto si brucia e si consuma al
ritmo imposto dalla società dello spettacolo – della quale Raffaele
era un consapevole adepto – quelle poche pagine di bilancio della
parte politica della sua vita diventano straordinariamente grandi e
importanti. Chiamiamolo il suo “testamento” politico o un “ponte” con
il presente (come ci dice Michele Nobile che a questo nostro ricordo
si associa): resta il fatto che quelle poche pagine ne prolungano il
ricordo, obbligano ancora a fare i conti col suo pensiero e lo
rendono ancora in parte vivo in mezzo a noi: chissà per quanto,
chissà fin dove.

Vorremmo ricordarlo con le parole conclusive con le quali Raffaele ha
chiuso il suo ultimo messaggio:
” Vedo che nel libro di Antonella e Roberto molte di queste cadute di
stile e di credibilità effettuate nei confronti della nostra tendenza
politica sono state documentate e le confermo. Spero di farlo con
quella serenità che ho acquisito tirandomi fuori (con immediato
dolore, temporaneo smarrimento e lenta guarigione) dal perverso gioco
del chi scaccia chi…”

Hasta siempre, Raffaele

Antonella e Roberto

Come una vecchia canzone dei Lynard Skynard

2 Luglio 2007 1 commento


E. L. Doctorow, La marcia , tradotto da V. Mantovani, Mondadori, pagg. 365, ? 18
Che la storia americana sia una fenomenale fabbrica di epos non è certo una scoperta. Ogni tanto però un autore più di altri riesce a trarre da quella fucina una visione originale e particolarmente potente. E’ il caso dell’ultimo romanzo di Doctorow, ambientato durante la Guerra di Secessione, nella sua fase finale per l’esattezza, quando il Sud sta per essere messo in ginocchio. La Marcia è quella dell’armata unionista del generale Sherman. Sessantamila uomini condotti attraverso la Georgia e le due Caroline, lungo seicento miglia, per colpire al cuore il Sud, anzi, colpirlo nella pancia, come una lama acuminata e devastatrice che ne disarticola le capitali e le linee di rifornimento. Doctorow non perde tempo in dettagli contestuali, catapulta il lettore al seguito della grande spedizione, insieme a una costellazione di personaggi che volenti o nolenti si trovano agganciati al rullo compressore di una efficacissima macchina da guerra. Il paradosso messo in luce è proprio la potenza di una strategia nomade, contro la concezione classica, aristocratica, della guerra. Sherman muove un’orda che si autoalimenta in loco, saccheggiando e razziando, trattenuta o lasciata correre a seconda delle esigenze del momento. La marcia diventa un microcosmo, una nuova forma di vita, quella del gigantesco organismo vivente che è l’armata e che costringe tutti coloro che si trovano sul suo percorso a cambiare, a trasformarsi, a vestire panni altrui, adattarsi o soccombere. La marcia racconta lo spostamento di popoli, transumanze fameliche, crollo e ricostruzione di mondi. Disertori sudisti che indossano la divisa blu per scampare alla cattura; puttane in cerca di una via per il nord, consapevoli che quella più breve va nella direzione opposta, dietro i soldati blu; gentildonne strappate all’idillio di Rossella O’Hara per diventare infermiere di campo, al fianco di medici europei dalle mani miracolose, che reinventano la chirurgia e trasformano la carneficina in occasione scientifica. E ancora, fotografi che cercano di immortalare la seconda nascita dell’America, certi che ogni scatto può traghettarli nella storia; e ancora, reporter di guerra “embedded”, che scoprono quanto sia difficile rimanere osservatori neutrali quando ci si trova a contatto col destino delle persone. E poi gli schiavi liberati dall’avanzata del Nord, senz’altra scelta che seguire l’avanzata stessa, diventando la lunga coda nera del pachiderma in movimento, attaccati alla promessa di un presidente “liberatore”, che di lì a poco verrà raggiunto dalla vendetta sudista. Sopra tutti, lui, il Cesare americano, William Tecumseh Sherman (nella foto), che porta il nome di un famoso capo indiano insorto contro un’altra avanzata, quella dei bianchi verso ovest. L’onore ai vinti che lo ha battezzato è lo stesso che Sherman vuole riconoscere ai secessionisti, se non altro ai generali più abili, che lo hanno affrontato con astuzia e coraggio. Al punto che le sue larghe concessioni al tavolo di pace dovranno essere riviste dai politici di Washington a guerra finita. Ma nel frattempo il condottiero invitto non può fare altro che devastare e razziare il paese che è anche il suo. Perché Sherman non combatte per la causa dell’abolizionismo, che non condivide, ma per l’Unione degli stati, per impedire ai “ribelli” di rimpicciolire l’America. Il suo dilemma è distruggere quanto basta perché il Sud si arrenda, ma non abbastanza perché non possa sopravvivere e riportare le sue stelle nella bandiera. Grande personaggio letterario, tratteggiato con poche efficacissime pennellate, capaci di renderlo uno tra i tanti nella marcia, egli stesso propaggine pensante dell’enorme animale che avanza.
Certo alla fine di questa sanguinosa Odissea collettiva c’è spazio anche per la speranza e per un barlume di redenzione dal sangue e dalla rovina. Dai destini incrociati di bianchi e neri, grigi e blu, civili e militari, uscirà un pugno d’anime forgiate dalla distruzione, in grado di trasformare il cataclisma in palingenesi. Perché l’onere del futuro non è dei vincitori, ma dei sopravvissuti, con le spalle gravate dal carico della storia. A loro il compito di andare avanti, continuare la marcia verso un altrove possibile, affrontare le contraddizioni che la guerra non potrà mai sciogliere. [WM4]

Prima o poi i vari Veltroni, Diliberto e Giordano ne dovranno rispondere…

2 Luglio 2007 Nessun commento


Afghanistan. Ancora una strage di civili, la peggiore di tutte
La Nato bombarda i civili in fuga: 120 morti, forse più, a Ghora, nella provincia meridionale di Helmand

di Cecilia Strada *

Kabul – Centoventi morti, dice la gente dei villaggi vicini, forse di più: il bilancio del violento raid areo della Nato che venerdì ha fatto strage di civili a Ghora, nella provincia meridionale di Helmand.

?Era gente che scappava, hanno sparato sulla gente che scappava?: dal distretto di Grishk, profondo sud dell’Afghanistan, un infermiere afgano di Emergency racconta quella che potrebbe essere il peggior massacro di civili (o il più grave effetto collaterale) degli ultimi anni di guerra. ?E’ successo nel nostro distretto, nel villaggio di Ghor, vicino a Hayderabat?, spiega. ?Venerdì, la gente di Ghor ha visto arrivare dei tank delle truppe inglesi, ha visto movimento di soldati. Hanno avuto paura che di trovarsi fra gli inglesi e i talebani. Hanno preso le macchine, i camion e burubakhair, sono partiti. Ma mentre se ne stavano andando sono arrivati gli aerei della Nato: hanno colpito le macchine, è stata una strage. Centoventi morti?.

Vittime civili sono state confermate anche da un portavoce della coalizione, che si è detto ?profondamente rattristato? dalla morte di cittadini innocenti che – ha ribadito – ?vengono messi a rischio dalle azioni militari immorali compiute dagli insorti talebani?. Lo stesso distretto di Grishk era stato teatro, la scorsa settimana, si un’altra strage di civili: un raid aereo della Nato aveva lasciato sotto le macerie delle case di fango venticinque cadaveri, tra cui nove donne e diversi bambini. ?Anche loro, tutti civili?, racconta ancora l’infermiere di Emergency. ?La gente del villaggio vicino aveva caricato i corpi sule macchine, per portarli nel capoluogo del distretto e farli vedere alla gente: fare vedere che cosa fanno le bombe della Nato. Ma i soldati afgani hanno bloccato la strada e non li hanno fatti arrivare a Grishk. Allora uno di loro ha ripreso un video, e l’ha consegnato alla televisione: alla sera, tutto il Paese ha visto le immagini di quel massacro?.

Anche a Kabul, davanti alle televisioni e sui marciapiedi, si commenta la notizia del giorno, la strage di Ghora: ?Hanim, teflin, baba! donne, vecchi e bambini! sotto le bombe, erano tutti civili?, dice Said, vecchio negoziante di Shar e Naw. ?Adesso Karzai dirà qualche parola..qualche protesta, buona per la televisione. Fino alla prossima strage?.

* inviata di Peace Reporter a Kabul
info: www.peacereporter.net